Zia Elena (1a parte)

Da sempre provavo una sensazione strana nel guardare e stare vicino a mia zia Elena. Ne diventai consapevole improvvisamente, nel modo più semplice e naturale, nel giorno del mio compleanno. Che poi è anche il giorno di San Valentino, il santo degli innamorati. Lo capii da un’erezione.

Mia zia Elena è sempre stata bella: bella nei modi, bella nella voce, bella nelle mani, bella negli occhi, bella nel sorriso. Tenera ma capace di scatti d’ira, come quella volta, anni prima, in cui un’altra auto aveva picchiato il paraurti della sua e il conducente aveva tentato, con una mossa fulminea, di scappare. Lei aveva sterzato, accelerato e poi le era finita contro a propria volta, picchiando con l’altro angolo della propria auto contro la portiera posteriore altrui. Io ero giusto un bambino, allora, ed ero seduto sul sedile posteriore. Mi ero accorto solo del botto e della successiva sgassata, seguita da un altro botto ancor più forte: il motore aveva ruggito, mentre mia zia Elena aveva bestemmiato -sì, lo rammento bene- poi era scesa, ancheggiando sugli alti tacchi, sinuosa e forte come una pantera. Si era avventata, districandosi, sulla portiera del conducente, aprendola e quasi tirandolo fuori di peso, mentre gli piantava addosso due occhi neri che dovevano averlo bruciato, per lo sguardo atterrito che aveva assunto e che ancora ricordo. Era intervenuta della gente che aveva salvato lui, non lei.

Zia Elena era una ragazza giovane, anche se io la vedevo grande; da sempre ne avevo intuito il candore della carnagione e la finezza dei lineamenti. Sorridendo a mia madre, a Natale prendevo la madonnina del presepe e dicevo: “questa è zia Elena”, collocandola al suo posto, vicino al bambinello, che sognavo di essere io. Poi, ridendo, mi giravo e dicevo: “però zia Elena è tutta gonfia qui”, e mettevo le mani sul petto, ad indicare quel seno generoso, sul quale reclinavo la testa quando le stavo in braccio e che, in seguito, avrei apprezzato essere una quinta abbondante, piena e soda.

Mi piaceva starle vicino, sentire il suo profumo, giocare con i regali che, sempre, aveva per me; piccoli pensieri, che mi facevano sentire importante, amato: un cioccolatino, delle figurine, dei colori, un berrettino che ancora conservo da qualche parte. Era stata lei ad accompagnarmi il primo giorno di scuola, perché mia madre lavorava nel turno di mattina e il capo era dispotico, indisponente e dispettoso, quei caporali che non sono uomini e che godono nell’esercitare il loro piccolo potere, per cui lei non aveva potuto essere presente al cancello della scuola, nel primo giorno del proprio figlio, che però aveva zia Elena. Mia madre era il mio mondo, ma zia Elena era il mio cielo.

Compivo diciott’anni e, finalmente, tornava zia Elena: per un bizzarro scherzo del destino, lei era partita per gli Stati Uniti sempre nel giorno del mio compleanno, il decimo e, senza dubbio, il più triste della mia infanzia. Io ero in quinta elementare, i miei amichetti erano venuti alla mia festa, mia madre suonava il pianoforte per farci cantare e giocare ballando intorno a delle seggiole disposte a cerchio, ma a me veniva da piangere, perché quella sera mio padre avrebbe accompagnato sua sorella all’aeroporto di Milano-Linate (Malpensa era di là da venire), dal quale un aereo, che già odiavo, si sarebbe alzato nei cieli, cui lei apparteneva anzi, che appartenevano all’unico essere degno di possederli: zia Elena. Una terra lontana e, ai miei occhi, ostile l’avrebbe custodita: le promesse di rivederci presto non mi avevano convinto, malgrado tutti si fossero affannati a spiegarmi che meno di una giornata di volo non avrebbe certo impedito di riunirci, almeno nelle feste più importanti, quale era il mio compleanno, il compleanno del suo amatissimo nipote Antonio, il suo Tonino. Ero stato profeta, poiché uno sfortunatissimo matrimonio, con un manigoldo conosciuto poco dopo l’arrivo in quella terra, l’aveva impegnata in un infinito calvario di ospedali, cliniche, processi, persino prigioni, per cui mio padre in alcune occasioni era andato là, per portarle conforto ma soprattutto aiuto materiale. Lei però non era più tornata.

Sino ad oggi.

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