Zia Elena (2a parte)

In mattinata era atterrata a Bergamo, con un volo economico proveniente da Londra, dov’era giunta da un quasi infinito girovagare di autobus Greyhound, aeroporti, compagnie low cost che l’avevano riportata nel suo Paese. Io, con tre compagni di liceo, tagliavo la meravigliosa torta che mia madre aveva preparato; ci eravamo disinteressati dell’arrivo della zia, che ormai avevo sepolto nel dolore iniziale e nella prosecuzione dell’infanzia, prima, e dell’adolescenza, poi. I bambini ricordano tutto ma dimenticano in fretta. Adesso ero un liceale lasciato dalla propria fidanzata il giorno prima: Nella era troppo arrivista per accontentarsi di uno come me. Io non me ne ero accorto, ma da bambino intraprendente e coraggioso ero diventato adolescente timoroso e poi un giovane uomo pavido, che aveva paura della propria ombra e con un’eccessiva, per l’età, consapevolezza di sé. Nella probabilmente aveva addocchiato qualcuno, cui offrirsi proprio la sera dopo e non aveva voluto lasciarsi sfuggire l’occasione che San Valentino offriva.

Zia Elena era entrata, mentre mio padre le apriva la porta sulla sala. Sul tavolo si ergeva una superba torta a tre piani che mia madre, un vero asso in materia di cucina e di pasticceria, aveva preparato. La lettera A e il numero 18, formato dalle apposite candeline, troneggiavano alla sommità del terzo e più piccolo disco ricoperto di cioccolata. Intorno a quella sacher maestosa stavano Luigi, detto Gigi, Mario, mia madre ed io, con il coltello in mano, che voltammo insieme lo sguardo verso di lei, come scaglie ferrose attirate dalla calamita. E fu una calamita, anzi, una calamità quella entrò. Zia Elena, i capelli neri corvini, la pelle candida, il seno nascosto ma che urlava sotto una maglia scura a collo alto, le gambe snelle fasciate da pantaloni neri che non si comprendeva quando terminassero e quando invece cominciassero quegli stivali di pelle, nera, dal tacco vertiginoso e, soprattutto, quello sguardo che subito riconobbi essere lo stesso che incenerì il pirata della strada. Lei era diventata una pirata. La vita si era approfittata di lei e lei aveva risposto, difendendosi e rilanciando la sfida.

Toni”, è la prima parola che disse entrando. Io non capii più niente. “Non sento niente, niente. Non sento niente”. Così mormorai. E svenni.

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